Anselmo Torchia, avvocato a Catanzaro: “Il giusto processo è un equilibrio tra regole, organizzazione e responsabilità”

Dalla riforma Cartabia alla gestione dei procedimenti complessi per le imprese, fino al ruolo dello studio legale radicato nel territorio: perché, accanto alle grandi strutture organizzate, resta centrale un approccio artigianale e consapevole

Il tema del giusto processo continua a occupare uno spazio centrale nel dibattito giuridico italiano, soprattutto alla luce delle riforme che negli ultimi anni hanno inciso sull’organizzazione e sui tempi dei procedimenti. Ma al di là delle singole modifiche normative, il nodo resta uno: l’equilibrio.

Anselmo Torchia, avvocato a Catanzaro, parte da una considerazione che ha il valore di una premessa metodologica. “La giustizia giusta non esiste, però la giustizia deve essere il più giusta possibile”. Non è una provocazione, ma un richiamo alla complessità del sistema: “È basata su una serie di equilibri che devono essere calibrati nella maniera più armoniosa possibile”.

Il riferimento è al principio del giusto processo, entrato in modo esplicito nel nostro ordinamento con l’articolo 111 della Costituzione, che rafforza il contraddittorio, la parità tra le parti e la terzietà del giudice. Un principio che, secondo Torchia, deve permeare qualsiasi forma di giurisdizione.

Nel dibattito più recente, l’attenzione si è concentrata in particolare sulla riforma Cartabia. “La riforma Cartabia è fondata su un principio: lo spostamento dell’equilibrio del funzionamento del sistema da una inclinazione attendista a un’inclinazione verso la rapidità della chiusura dei procedimenti”, osserva l’avvocato. Una scelta che ha inciso sull’impostazione generale del processo, ma che, a suo avviso, avrebbe richiesto un adeguato rafforzamento organizzativo. “Questo ha comportato che si sarebbe richiesta una notevole efficientizzazione del sistema dal punto di vista amministrativo e funzionale. Efficientizzazione che non c’è stata”.

Il tema dei tempi, dunque, non può essere separato da quello delle strutture. E diventa ancora più concreto quando si guarda al mondo delle imprese, chiamate sempre più spesso a confrontarsi con procedimenti amministrativi e contenziosi complessi. “Le imprese hanno sicuramente una parte che deve essere dedicata al giudiziario, quindi devono mettere in conto nel bilancio spese per il giudiziario”, sottolinea Torchia, evidenziando come la dimensione legale sia parte integrante della gestione aziendale.

Tra gli ambiti più delicati rientra quello dei lavori pubblici e delle forme di collaborazione tra pubblico e privato, come il project financing. “Si tratta di lavori pubblici che vengono fatti con capitali pubblici e capitali privati”, spiega. Una formula che può rafforzare gli strumenti operativi, ma che porta con sé elementi da valutare con attenzione: “Il privato che finanzia un lavoro pubblico vuole avere anche una contropartita e la contropartita non può che stare sul piano di una sorta di prelazione in suo favore sull’affidamento del lavoro”, con possibili effetti sulla concorrenzialità.

A questo si affiancano istituti come l’avvalimento, “nel caso di un’impresa che abbia tutti i requisiti previsti dal bando di gara e che li presta ad una impresa che invece non li ha tutti”. In tali situazioni, diventa centrale la verifica concreta delle capacità operative dell’impresa esecutrice: “La pubblica amministrazione poi dovrà stabilire in che misura l’impresa debitrice dell’altra sia davvero in grado di fare un lavoro quali-quantitativamente adeguato”.

Non meno rilevante è il tema dei subappalti, che richiama direttamente la responsabilità dell’appaltatore. “Come calibriamo la valutazione del soggetto a cui rivolgerci?”, si domanda Torchia. Esistono controlli e certificazioni, ma non tutto può essere ridotto a un adempimento formale: “Ci sono anche valutazioni sintomatiche che possono essere fatte solamente in sede locale, sulla base di una serie di elementi che non è possibile numerare o descrivere, ma sono quelli che un avvocato del posto in qualche modo conosce o viene a conoscere”.

È proprio su questo passaggio che si innesta la riflessione sul modello di studio legale. “Esistono due tipi di studi: esiste lo studio artigianale ed esiste lo studio industriale”, afferma. Per studio industriale si intendono strutture con centinaia o migliaia di professionisti distribuiti su scala internazionale. Una realtà organizzativa solida, ma diversa per impostazione rispetto a quella che Torchia definisce artigianale.

“Negli studi artigianali il materiale prodotto da portare in causa e per l’impostazione per interfacciarsi con l’autorità giudiziaria è qualitativamente molto più elevato”, sostiene, evidenziando il ruolo diretto del titolare nella gestione dei fascicoli. Un approccio che non significa chiusura rispetto al mondo esterno: “Oggi gli strumenti tecnologici consentono anche allo studio artigianale di avere rapporti internazionali e di interfacciarsi con il mondo”.

Anche quando grandi opere coinvolgono imprese internazionali abituate a operare con studi legali strutturati su scala globale, l’interesse stesso dell’azienda impone una conoscenza puntuale del quadro normativo e amministrativo del territorio in cui si interviene, ed è proprio nell’integrazione tra organizzazione internazionale e supporto di uno studio professionale locale che può costruirsi una gestione giuridica più attenta, coerente e consapevole delle specificità operative.

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