L’architettura dell’anima di Nicola Mordà: innovare senza cancellare la memoria

Per Nicola Mordà, fondatore dello studio torinese GhéphyrArch, si può progettare in modo innovativo e anche ardito, ma è fondamentale farlo senza perdere il legame con la storia e con il contesto: ogni intervento, dalla nuova costruzione al recupero, dovrebbe conservare una traccia di ciò che c’era prima e assumersi la responsabilità di ciò che consegnerà al futuro. Una riflessione che sarà al centro di un prossimo importante evento in programma entro fine anno.

Per anni una parte dell’architettura ha privilegiato opere pensate soprattutto per stupire, mettendo in primo piano la creatività del progettista più che il rapporto con il luogo e con le persone. Di fronte a questa tendenza spettacolare e autoreferenziale, la riflessione di Nicola Mordà riporta l’attenzione su una visione che rimette l’uomo al centro e torna a interrogarsi sul ruolo sociale e culturale dell’architettura. Una progettazione pensata non per celebrare chi la firma, ma per le persone e per il contesto sul quale ogni opera incide: per chi la abita o la attraversa, ma anche per chi la osserva come parte del paesaggio.

Nicola Mordà riassume questa visione con una formula che vale in particolare per il recupero dell’esistente: «Non si parte da zero, si rinnova», spiega.

Un’opera non deve rimanere immobile nella forma ricevuta, ma neppure nascere come un’invenzione priva di radici: «Bisogna avere una base sulla quale strutturare le proposte nuove», suggerisce Mordà. Quella base è la storia, il contesto e l’eredità di ciò che precede, un legame che non costituisce una zavorra, ma il punto dal quale innovare senza rinnegare il passato. «Il legame ereditario è fondamentale», sottolinea Mordà, che richiama Gianni Rodari: «C’è una grammatica persino nella fantasia». La creatività non nasce infatti dal caso, ma si sviluppa a partire da conoscenze e strumenti che permettono all’immaginazione di produrre qualcosa di nuovo senza perdere coerenza; in architettura, questa base è rappresentata dalla conoscenza di ciò che è stato costruito prima, dalla storia del luogo e dal contesto nel quale si interviene.

Il contesto non limita, ma acuisce la creatività

L’attenzione alla storia e al luogo, secondo Mordà, non impedisce di progettare opere nuove, ardite o persino spiazzanti: «Non limita la creatività, semmai la acuisce» ribadisce «perché offre al progettista elementi sui quali costruire un’idea dotata di significato».

Una soluzione fortemente innovativa può risultare coerente in un determinato contesto ed estranea in un altro, perciò la fantasia resta fondamentale, ma non può trasformarsi in un «liberi tutti, dove quel che viene viene» osserva Mordà «anche l’opera più originale richiede studio e ponderazione, affinché trovi una ragione nel luogo in cui viene inserita e riesca a dialogare con ciò che la circonda».

È con questo metodo che il team GhéphyrArch costruisce l’identità dei propri progetti, partendo da una base culturale e narrativa prima ancora che dalla forma. In un recente concorso al quale lo studio ha partecipato, la mano è diventata il punto di partenza dell’intera proposta: non un semplice simbolo, ma un richiamo all’azione dell’uomo e alla gestualità che, secondo Mordà, caratterizza l’identità italiana; da questa immagine si è sviluppata anche la forma delle vele, pensate come rappresentazione di barche, in coerenza con il tema indicato dal concorso.

Un altro esempio è il progetto per il Museo del Futuro ad Assisi, nel quale la proposta architettonica è stata accompagnata da una forte componente narrativa, costruita attraverso riferimenti storici e teologici legati alla figura di san Francesco con vari richiami alla Sua vita, opera, come l’episodio del lebbroso. «Di fantasia ce n’è tantissima», osserva Mordà, «ma c’è sempre una base culturale su cui essa si radica, e in questo caso specifico anche con il significato dell’opera proposta e ancora prima quella del Santo a cui essa deve risalire».

L’edificio che stona nel suo contesto

Quando questo principio viene ignorato, si arriva a ciò che Mordà giudica con maggiore severità: l’edificio-oggetto, concepito per stupire ma incapace di stabilire una relazione con ciò che lo circonda. «C’è chi va a cercare ispirazioni altrove e finisce per fare caffettiere o astronavi che sembrano edifici», osserva Mordà, «o peggio, finisce per proporre architetture “aliene” e quindi alienanti».

Il problema non è necessariamente la “bellezza” della singola opera, ma il suo rapporto con l’intorno: un edificio può apparire affascinante se isolato in una fotografia e rivelarsi fuori posto nel paesaggio reale, accanto agli edifici e ai segni con i quali dovrebbe dialogare. «È questa una recente riflessione fortemente stigmatizzata da una delle colleghe durante uno degli usuali scambi interni, commentando alcune recenti notizie stampa», aggiunge Mordà.

È qui, per Mordà, che si misura la responsabilità del progettista: quando un’opera ignora ciò che c’è già, «è mancato il progettista, che non ha contestualizzato con le preesistenze e ha creato qualcosa fuori dalla continuità», afferma. Per chiarire il concetto, paragona il contesto a un testo già iniziato: «Se un libro è scritto in francese, non si può proseguirlo improvvisamente in tedesco senza spiegare il cambiamento». Allo stesso modo, un edificio nuovo può introdurre un linguaggio architettonico diverso, anche fortemente innovativo, ma deve farlo comprendendo ciò che lo precede e costruendo una relazione consapevole con il luogo, anche di natura prospettica se giudicato necessario.

Una traccia del passato, un segno per il futuro

Questa attenzione ha due direzioni, inseparabili nel pensiero di Mordà. La prima guarda al passato: conservare una traccia di ciò che c’è stato. Lo spiega con il Parco Dora a Torino, nato su un’ex area industriale, dove al posto della demolizione integrale sono rimaste la torre di raffreddamento e le grandi colonne dei capannoni. «È rimasta una traccia», fa notare Mordà. «Altrimenti cancelliamo una memoria, ma anche la possibilità di ricordarci degli errori». Non occorre conservare tutto, precisa, perché «la traccia non deve necessariamente essere l’opera intera».

La seconda direzione guarda a chi verrà dopo. «Quando scegliamo, scegliamo anche per i posteri, non soltanto per noi», sottolinea Mordà, perché ogni decisione progettuale incide sulla comunità che vive oggi quel luogo, ma modifica il paesaggio che diventa parte dell’eredità consegnata alle generazioni future.

L’anima dell’architettura, oltre la forma

È in questa cornice che prende forma l’idea dell’“architettura dell’anima”, sulla quale si fonda il lavoro di GhéphyrArch. «Ogni nostro progetto ha una parte tecnica e una parte narrativa», spiega Mordà. Se la prima garantisce solidità, funzionalità e realizzabilità, la seconda cerca di trasmettere il significato e i valori dell’opera, affinché non venga soltanto osservata: «Aiuta a sentirla, a capirla, a percepirla e ad apprezzarla meglio», precisa. Non è casuale la scelta della parola greca ghéphyra, ponte, come radice del nome GhéphyrArch: un’immagine che esprime la volontà di connettere passato e futuro, memoria e innovazione, pensiero e costruzione.

Sono questi i temi sui quali Mordà intende promuovere una riflessione più ampia in un importante evento rivolto soprattutto agli stakeholder del settore, anche di area tecnica, ai giornalisti specializzati e a chi amministra, trasforma e vive i luoghi. L’obiettivo è allargare il confronto oltre il perimetro strettamente progettuale e coinvolgere anche chi può contribuire a diffondere e sviluppare questa visione, riflettendo sulla responsabilità di ogni scelta architettonica e sulla traccia che le opere realizzate oggi lasceranno alla comunità e alle generazioni future.

Redazione

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