L’intelligenza artificiale si avvicina sempre di più al mondo della Pubblica Amministrazione. Proprio per questo, cresce la consapevolezza che la vera sfida non è solo tecnologica, ma soprattutto culturale e organizzativa. Sul punto i dati parlano chiaro: nel 2024 la PA italiana ha investito circa 47,3 milioni di euro in soluzioni di AI, con un aumento del 45% rispetto all’anno precedente. Eppure, gran parte di questi progetti resta confinata in ambito sperimentale, spesso limitata a chatbot o sistemi di data analysis interni.
In sostanza, le tecnologie ci sono. Ciò che ancora manca, in larga parte, è la capacità di comprenderle, applicarle e governarle in modo consapevole. Un vuoto che rischia di compromettere l’efficacia della trasformazione digitale in atto.
È in questo scenario che si inserisce l’azione dell’Osservatorio sull’Innovazione del Mezzogiorno, organismo nato per accelerare il dialogo tra innovazione tecnologica e sistema pubblico, con un’attenzione particolare alla formazione delle competenze digitali nella PA.
«L’innovazione digitale per essere utile e sostenibile, deve diventare patrimonio anche della Pubblica Amministrazione – spiega il Presidente Livio Tenerelli – Non basta acquistare software: bisogna formare chi li utilizza, chi li valuta e chi li regola».
Nel complesso, l’Osservatorio si configura come presidio tecnico e culturale, capace di intercettare bisogni reali, facilitare l’incontro tra domanda pubblica e offerta tecnologica, promuovere bandi intelligenti e orientare le scelte strategiche dei decisori. In particolare, si rivolge a quei territori dove l’innovazione rischia di fermarsi davanti a ostacoli strutturali come la carenza di competenze, di personale e di visione.
Per questo una delle sue funzioni più importanti è quella di facilitatore. L’obiettivo, infatti, è quello di aiutare le amministrazioni a comprendere quale tecnologia serva davvero e in che modo integrarla nei propri processi. Ma non solo: l’Osservatorio nasce anche come incubatore di cultura digitale, attraverso percorsi formativi pensati per responsabili della transizione digitale, dirigenti pubblici, DPO e funzionari chiamati a supervisionare progetti sempre più complessi.
«Vogliamo evitare che l’AI sia vissuta come un mistero o, peggio, come un’imposizione – sottolinea il Direttore Andrea Troisi – Solo con la formazione possiamo garantire che sia uno strumento utile e controllabile, anche nelle fasi più delicate dei lavori pubblici», ambito quest’ultimo che ha visto di recente l’Osservatorio protagonista a Parma, insieme a Fondimpresa, per un convegno nazionale sull’uso dell’AI e del gemello digitale nelle opere pubbliche.
Il tema, oltre alle tecnologie, si è esteso alle competenze necessarie per gestirle, con un’attenzione rivolta non sono solo gli sviluppatori, ma anche ai tecnici di cantiere, ai funzionari delle stazioni appaltanti, ai valutatori pubblici: figure spesso escluse dal dibattito, ma essenziali per rendere l’innovazione un processo diffuso e sostenibile.
A Parma, nella cornice di Palazzo Soragna, è emerso chiaramente come l’investimento in formazione sia la condizione necessaria per trasformare sperimentazioni isolate in politiche strutturali e soluzioni operative su larga scala.
L’obiettivo dell’Osservatorio è ambizioso ma concreto: trasformare la PA in un soggetto capace di valutare criticamente le soluzioni tecnologiche, negoziare con consapevolezza, governare l’innovazione e misurarne l’impatto. In quest’ottica, monitorare la spesa pubblica in tecnologie, condividere risultati e costruire percorsi di accompagnamento diventa una priorità.
«Non ci limitiamo a osservare – ribadisce Tenerelli – lavoriamo per generare un ecosistema pubblico che sappia affrontare con competenza la sfida dell’innovazione. Questo significa mettere la formazione al centro, ovunque ci sia una decisione da prendere, un bando da scrivere o un’infrastruttura da progettare».
Il tutto con punto fermo da tenere come orizzonte necessario e virtuoso: qualsiasi strumento di Intelligenza Artificiale si decida di mettere in campo, il vero fattore abilitante sono le persone, senza le quali il rischio è che le tecnologie si trasformino in scatole nere.
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