Cgia Mestre, al Sud si lavora meno giorni ma pesa la precarietà

I dati Cgia mostrano differenze significative tra aree del Paese, ma dietro ai numeri incidono precarietà, lavoro stagionale e irregolarità

Nel 2024 in Italia si è lavorato mediamente 246,5 giorni all’anno, ma con una forte differenza tra Nord e Sud. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, nel settentrione il numero medio sale a 255 giornate lavorative, mentre nel Mezzogiorno scende a 228, con un divario di 27 giorni. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe alimentare l’idea di una minore propensione al lavoro nelle regioni meridionali, ma che secondo l’analisi va interpretato considerando la struttura economica e occupazionale dei diversi territori.

La differenza riguarda anche le retribuzioni e la produttività. La paga media giornaliera al Nord è di 108 euro, contro gli 80 euro del Sud, con uno scarto del 36%. Anche la produttività presenta una distanza analoga tra le due aree del Paese.

Precarietà, part time e lavoro stagionale incidono sui dati

Secondo la Cgia, il numero inferiore di giornate lavorate al Sud non dipende soltanto da una minore quantità di lavoro disponibile, ma da una serie di fattori strutturali.

Tra questi pesano la maggiore diffusione della precarietà, il ricorso più frequente al part time e il ruolo rilevante del lavoro stagionale, soprattutto nei settori legati al turismo e all’agricoltura.

A incidere è anche il fenomeno del lavoro nero, che rappresenta un’importante quota di attività non registrate e quindi escluse dalle statistiche ufficiali. Un elemento particolarmente presente in alcune aree del Mezzogiorno e che altera la fotografia del mercato del lavoro.

La classifica provinciale evidenzia differenze marcate. La provincia di Lecco registra il valore più alto con 265,4 giornate retribuite medie, mentre Vibo Valentia chiude la graduatoria con 195 giornate. Tra i territori meridionali, Bari si colloca al 55esimo posto con 241,8 giornate, Potenza all’81esimo con 229,8, mentre Foggia è al 101esimo posto con 216,1 giornate.

Produttività e salari, il peso delle differenze territoriali

Il quadro resta complesso anche sul fronte della produttività. Le grandi imprese, le multinazionali e i settori finanziari tendono a concentrarsi maggiormente nel Nord Italia, contribuendo a creare un sistema economico con livelli produttivi più elevati.

In cima alla graduatoria della produttività si trovano Trentino, Lombardia e Valle d’Aosta. La situazione più critica riguarda invece la Puglia, che registra un valore inferiore del 24,8% rispetto alla media nazionale, risultando penultima nella classifica generale davanti soltanto alla Calabria.

La Basilicata si colloca al 15esimo posto con un valore inferiore del 15,8% rispetto alla media italiana.

Le differenze produttive si riflettono direttamente sulle retribuzioni. La Lombardia guida la classifica con una paga media giornaliera di 117,25 euro, mentre la Puglia si trova al terzultimo posto con 79,61 euro, davanti solo a Sicilia e Calabria.

Dove la produttività cresce aumentano anche i salari, mentre nei territori con un sistema produttivo più fragile il livello delle retribuzioni resta più basso.

Le strategie per ridurre il divario

Secondo la Cgia, il problema non riguarda soltanto il livello degli stipendi, ma anche la continuità lavorativa. Un aumento delle retribuzioni, come potrebbe avvenire attraverso un salario minimo, rischierebbe di avere effetti limitati se non accompagnato da un aumento delle giornate lavorate e da una maggiore stabilità occupazionale.

Nel report viene indicata la necessità di politiche capaci di favorire occupazione stabile, continuità lavorativa e trasformazione dei contratti part time involontari in rapporti a tempo pieno.

Tra gli strumenti individuati rientra anche il rafforzamento della contrattazione di secondo livello, con l’obiettivo di collegare una parte della retribuzione ai risultati raggiunti dalle imprese.

La sfida, secondo l’analisi, è intervenire sui fattori che alimentano il divario tra territori, puntando su produttività, qualità del lavoro e maggiore stabilità occupazionale.

 

Redazione

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