Quando si verifica un incidente sul lavoro è inevitabile chiedersi se l’impresa abbia fatto tutto ciò che era necessario per evitarlo, e quando mancano protezioni, formazione, controlli o procedure le responsabilità devono essere individuate senza attenuanti. Ma esiste anche un’altra parte del problema, meno raccontata: quella delle aziende che nella sicurezza investono risorse, acquistano dispositivi adeguati, organizzano corsi e definiscono procedure che poi, nella quotidianità, non sempre vengono rispettate da chi dovrebbe applicarle.
È su questo terreno che Francesco Cellini, da oltre vent’anni impegnato nel settore e alla guida di SicurLav Group, invita ad avere il coraggio di affrontare la questione senza semplificazioni. «La sicurezza sul lavoro non la fa una società di consulenza e non può farla da solo nemmeno il datore di lavoro: la fa soprattutto chi vive ogni giorno dentro l’azienda e comprende realmente perché deve proteggersi», spiega. Il punto, dunque, non è spostare la responsabilità dall’impresa al dipendente, ma passare da una sicurezza costruita soltanto attraverso obblighi e controlli a una prevenzione nella quale anche il lavoratore diventi protagonista.
Quando l’esperienza fa abbassare la guardia
Il cambiamento rispetto al passato, secondo Cellini, è stato profondo: documenti, valutazioni dei rischi, procedure e formazione hanno assunto un peso sempre maggiore, ma proprio per questo oggi una parte decisiva del lavoro riguarda la capacità di trasformare quelle prescrizioni in comportamenti concreti.
«Sembra paradossale dover ricordare a un elettricista che prima di intervenire deve mettere in sicurezza l’impianto», osserva Francesco Cellini. «E lo stesso vale per chi utilizza strumenti da taglio e dovrebbe indossare le protezioni previste: è proprio nella ripetizione di gesti conosciuti che spesso si abbassa la percezione del rischio».
L’esperienza, da questo punto di vista, può diventare un elemento ambivalente: rende il lavoratore più competente, ma può anche portarlo ad abbassare la guardia, convinto di conoscere ormai così bene il proprio lavoro da poter gestire il rischio senza ricorrere ogni volta a tutte le precauzioni previste.
Per spiegare il passaggio culturale necessario, Cellini utilizza un esempio molto semplice: la cintura di sicurezza delle auto. «All’inizio molti la utilizzavano perché c’era la multa o perché l’automobile continuava a segnalare che non era stata allacciata; poi, con il tempo, è diventata un’abitudine e oggi per tante persone partire senza cintura produce quasi una sensazione di disagio. Dovremmo riuscire a ottenere lo stesso risultato con i dispositivi di protezione sul lavoro». L’obiettivo è arrivare al punto in cui casco, guanti, calzature o procedure non siano più percepiti come qualcosa che le norme e l’azienda impongono, ma come parte naturale del proprio modo di lavorare, fino a sviluppare un’attenzione quasi automatica verso il rischio e ad avvertire persino una sensazione di disagio quando viene meno una protezione o una precauzione ormai diventata abituale..
Il lavoratore deve diventare anche una fonte di informazione
Coinvolgere significa inoltre ribaltare un rapporto che troppo spesso funziona soltanto dall’alto verso il basso. Il datore di lavoro, il consulente o il responsabile della sicurezza possono individuare rischi e definire procedure, ma non vivono necessariamente ogni singola fase del lavoro quotidiano; chi utilizza una macchina, opera in un reparto o percorre ogni giorno gli stessi spazi può invece accorgersi immediatamente di una protezione che non funziona, di un passaggio ostruito o di una procedura difficilmente applicabile.
«La sicurezza dovrebbe diventare un dialogo a tre tra datore di lavoro, responsabile della sicurezza e personale», sottolinea Cellini. Non soltanto, quindi, qualcuno che stabilisce una regola e qualcun altro che deve eseguirla, ma lavoratori messi nelle condizioni di segnalare ciò che non funziona e, soprattutto, di non accettare di operare in una situazione percepita come pericolosa, pretendendo che vengano adottate le condizioni necessarie per lavorare in sicurezza.
Dalla formazione alla cultura della sicurezza
Per Cellini, uno dei passaggi decisivi riguarda proprio il modo in cui viene organizzata la formazione. «Oggi gli aggiornamenti sulla sicurezza sono previsti a distanza di diversi anni, generalmente ogni cinque», osserva Francesco Cellini. «Perché, invece, non pensare a momenti più brevi ma molto più frequenti, magari tre o quattro ore ogni anno o anche con richiami più ravvicinati?».
L’idea è puntare maggiormente sulla ripetizione: tornare con continuità sui rischi e sui comportamenti corretti aiuta a mantenere alta l’attenzione e, nel tempo, a trasformare ciò che inizialmente viene percepito come una regola da ricordare in un comportamento sempre più naturale.
Ma non si tratterebbe di riproporre ogni volta la stessa lezione teorica. Cellini immagina una formazione costruita maggiormente sulla singola realtà aziendale, utilizzando immagini, video, esempi e situazioni direttamente riconducibili alle mansioni e ai rischi che i lavoratori affrontano ogni giorno. «Parlare soltanto della normativa serve fino a un certo punto: bisogna entrare nell’azienda e far vedere concretamente cosa può accadere e perché una determinata precauzione è importante».
È questa, secondo Cellini, una delle sfide principali della prevenzione: continuare a pretendere dalle aziende investimenti, organizzazione e rispetto rigoroso delle norme, ma allo stesso tempo lavorare con maggiore continuità sulla consapevolezza delle persone, affinché dispositivi, procedure e comportamenti sicuri diventino progressivamente parte del modo abituale di lavorare.
Quando l’impresa investe ma le protezioni non vengono utilizzate
C’è poi un’altra situazione che, secondo Cellini, nelle aziende si incontra più spesso di quanto si racconti: quella dell’imprenditore che investe nella sicurezza, acquista dispositivi di qualità e cerca anche di renderli il più possibile confortevoli, ma si accorge che una parte del personale continua a non utilizzarli. Occorre quindi riuscire a coinvolgere maggiormente anche chi quei dispositivi deve utilizzarli.
«Il datore di lavoro deve mettere il personale nelle condizioni di lavorare in sicurezza, ma dall’altra parte anche il lavoratore deve sentire concretamente la propria responsabilità», sottolinea Cellini. Da qui anche la necessità, nei casi in cui strumenti e procedure siano stati correttamente messi a disposizione ma vengano consapevolmente ignorati, di rendere effettiva la responsabilizzazione di chi non li utilizza. Non in una logica punitiva, né tantomeno per trasferire sul lavoratore responsabilità che spettano all’impresa, ma per rafforzare l’idea che la sicurezza sia il risultato di una collaborazione nella quale ciascuno deve fare la propria parte. Datore di lavoro, responsabili e personale hanno ruoli differenti, ma l’obiettivo è lo stesso: fare in modo che proteggersi non sia considerato un obbligo imposto da qualcun altro, bensì un impegno condiviso da tutti.
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