I prestiti alle imprese in Veneto rallentano bruscamente e segnano il peggior trend a livello nazionale. Tra settembre 2024 e settembre 2025, il credito alle aziende venete è diminuito del 3,5%, un dato che accende un campanello d’allarme per una delle regioni più strategiche per lo sviluppo economico del Paese. A fotografare il fenomeno è il rapporto dell’Associazione bancaria italiana (Abi), che evidenzia una dinamica nettamente più negativa rispetto al resto d’Italia, in un contesto economico segnato da incertezza e tensioni internazionali.
Secondo le imprese, le cause principali di questa frenata sono due. Da un lato, il clima di instabilità generato dalle guerre militari e commerciali, che rende più prudente ogni scelta di investimento. Dall’altro, un rapporto con il sistema bancario spesso complesso, soprattutto per le piccole e micro imprese, considerate meno strutturate e quindi più esposte a criteri di valutazione stringenti. Una combinazione che ha portato molte aziende a rinviare o ridimensionare le richieste di finanziamento.
La situazione in Italia
Il quadro nazionale, però, è tutt’altro che uniforme. Mentre il Veneto arretra, il credito alle imprese cresce nel Centro Italia (+2,2%) e nel Mezzogiorno (+0,9%), mentre il Nord nel suo complesso mostra solo un timido +0,3%. Un divario che mette in luce una dinamica regionale sempre più disomogenea e che penalizza proprio uno dei territori tradizionalmente più dinamici del sistema produttivo italiano.
Il fattore dimensionale emerge come elemento centrale. I dati di Confartigianato Veneto indicano che, a ottobre, i prestiti alle piccole imprese venete sono crollati del 9,7% su base annua. «Le piccole e micro imprese – sottolinea il presidente Roberto Boschetto – stringono la cinghia e chiedono meno credito alle banche a causa dei tassi ancora proibitivi e del clima di incertezza che frena gli investimenti». Da qui l’appello a evitare che il divario tra grandi e piccole imprese continui ad ampliarsi, così come quello tra territori con condizioni di accesso al credito differenti.
Diversa la lettura delle imprese di dimensione industriale, che interpretano il calo dei prestiti in modo meno allarmistico. «È un dato che non ci sorprende ed è più marcato per le piccole imprese», osserva Edoardo Billotto, consigliere delegato a fisco e finanza di Confindustria Veneto Est. La differenza, spiega, sta anche nella maggiore capacità di autofinanziamento delle aziende più strutturate. Nonostante l’incertezza, le ultime rilevazioni indicano che tre quarti delle imprese prevedono una spesa per investimenti fissi stabile (60,1%) o in crescita (15,3%) nei prossimi mesi, ma solo una minoranza ritiene indispensabile il ricorso al credito bancario.
Questo dato evidenzia, da un lato, una crescente solidità patrimoniale del tessuto produttivo, dall’altro una diffusa prudenza. «Recuperare fiducia è una precondizione per gli investimenti – avverte Billotto – e il rapporto con le banche sarà fondamentale per individuare soluzioni innovative per l’evoluzione delle nostre aziende». In questo scenario viene ribadito il ruolo «insostituibile» del Fondo di Garanzia per le Pmi, insieme alla necessità di misure capaci di attivare i risparmi di famiglie e investitori istituzionali a sostegno dell’economia reale.
Crisi di fiducia
Sul fronte del commercio, il tema centrale resta la crisi di fiducia. «Siamo alla finestra e osserviamo come muoverci», riassume Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto. Pur riconoscendo un lieve calo dei consumi, Bertin invita a non interpretare la frenata dei prestiti come un segnale di disimpegno dagli investimenti. «Gli imprenditori stanno aspettando il momento giusto: appena il contesto si chiarirà, ci sarà un forte rimbalzo». Un’attesa confermata anche dal flusso di preventivi che continuano ad arrivare ai confidi, segno di una domanda latente pronta a riattivarsi.
I confidi
Proprio il tema degli strumenti di accesso al credito resta cruciale. I confidi svolgono un ruolo fondamentale, soprattutto per le realtà più piccole, ma non possono sostituirsi alle banche. «C’è estrema prudenza – spiega Matteo Ribon, segretario di Cna Veneto – e oggi le maglie del credito sono più strette». La crescente diffusione di algoritmi di valutazione tende a trattare le imprese in modo standardizzato, penalizzando un tessuto produttivo composto in larga parte da aziende meno patrimonializzate e più difficili da “leggere” per i sistemi automatici.
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