L’Irpinia guarda alla Rete del turismo religioso

Da Montevergine a Materdomini, dal Goleto a Santa Filomena: mettere in rete comuni, chiese, santuari e borghi per trasformare il patrimonio spirituale in sviluppo sostenibile. 

Turismo religioso, l’Irpinia mira alla rete World Religious Tourism Network. Da Montevergine a Materdomini, dal Goleto a Santa Filomena: mettere in rete comuni, chiese, santuari e borghi per trasformare il patrimonio spirituale in sviluppo sostenibile.
L’Irpinia nella World Religious Tourism Network non è soltanto un’ipotesi legata alla valorizzazione del patrimonio religioso. Può diventare una proposta di politica economica per le aree interne, se il patrimonio spirituale, culturale e paesaggistico viene messo in rete con i Comuni, le Diocesi, le comunità, le imprese e gli operatori turistici.
È questa la prospettiva rilanciata da Biagio Maimone, Coordinatore per l’Italia della World Religious Tourism Network, dopo gli articoli pubblicati nelle ultime settimane sull’ipotesi di inserire l’Irpinia nei circuiti internazionali del turismo religioso. L’argomento è stato recentemente ripreso anche da agenzie nazionali e dalla stampa irpina.
La questione, secondo Maimone, non dovrebbe essere affrontata esclusivamente dal punto di vista religioso o turistico.
Il vero tema è economico: come trasformare un patrimonio già esistente in una filiera capace di produrre reddito, lavoro e nuove opportunità per i territori senza snaturarne l’identità. “L’Irpinia non deve inventarsi un patrimonio – afferma Maimone –. Il patrimonio esiste già. Ci sono santuari, abbazie, chiese, conventi, borghi, cammini, musei, tradizioni religiose e culturali. Il problema è metterli a sistema e costruire intorno a essi un progetto economico e territoriale di lungo periodo”.
IL PROBLEMA NON È SOLTANTO TURISTICO: È DEMOGRAFICO
La discussione assume un significato particolare in un territorio segnato dalla fragilità demografica delle aree interne.
Secondo i dati regionali riferiti al 2025, l’Alta Irpinia, nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne, comprende 25 Comuni e conta 56.292 residenti. La Regione Campania evidenzia inoltre come le aree interne siano caratterizzate da bassa densità abitativa, invecchiamento della popolazione e distanza dai principali poli di servizio.
È proprio qui che, secondo Maimone, il turismo religioso può assumere una funzione diversa dal semplice aumento delle presenze. “Quando parliamo di turismo religioso – spiega – dobbiamo parlare anche di economia locale, occupazione, giovani e permanenza delle comunità. Se un pellegrino arriva in un paese, visita una chiesa, mangia in un ristorante, acquista un prodotto artigianale, soggiorna in una struttura ricettiva, utilizza un servizio di trasporto o una guida, quella presenza genera una piccola economia. Se queste presenze vengono organizzate attraverso itinerari e reti territoriali, l’effetto può diventare molto più significativo”.
Il ragionamento è particolarmente importante per i piccoli Comuni, dove anche flussi turistici non enormi possono rappresentare una risorsa aggiuntiva per attività economiche di dimensione ridotta.
La Regione Campania ha già individuato nel turismo delle aree interne uno strumento collegato al contrasto dello spopolamento: nel 2026 sono stati destinati 4,2 milioni di euro alla valorizzazione turistica delle sette Aree Interne campane, con interventi orientati anche alla destagionalizzazione e allo sviluppo sostenibile. Per l’Alta Irpinia la simulazione di riparto indica 491.043,35 euro.
In questo quadro si inserisce anche la questione della disoccupazione giovanile e della povertà, che nelle aree interne rischiano di alimentarsi reciprocamente quando alla carenza di opportunità occupazionali si aggiungono la riduzione dei servizi, l’invecchiamento della popolazione e la conseguente partenza dei giovani verso altri territori.
Secondo Maimone, proprio per questo motivo il turismo religioso dovrebbe essere considerato non come una semplice attività di accoglienza, ma come una possibile filiera occupazionale, capace di generare nuove professionalità e occasioni di lavoro per le giovani generazioni. “Se vogliamo contrastare la disoccupazione giovanile e le condizioni di povertà che possono interessare le aree più fragili – afferma Maimone – dobbiamo creare opportunità concrete. Il turismo religioso può attivare lavoro nell’accoglienza, nella ristorazione, nei trasporti, nelle guide turistiche e culturali, nella comunicazione digitale, nell’organizzazione degli itinerari, nell’artigianato, nell’agroalimentare e nella gestione dei servizi. Non si tratta di promettere posti di lavoro, ma di costruire le condizioni economiche affinché nuove attività possano nascere e quelle esistenti possano consolidarsi”.
In questa prospettiva, l’obiettivo non sarebbe soltanto attirare visitatori, ma fare in modo che la ricchezza generata dalla loro presenza possa essere distribuita lungo una filiera locale, creando opportunità soprattutto per i giovani e contribuendo a ridurre le condizioni economiche che favoriscono l’abbandono dei territori.
 
LA RETE DEI COMUNI: NON UN SOLO SANTUARIO, MA UN TERRITORIO
La vera novità, nella prospettiva proposta da Maimone, sarebbe quindi superare la logica del singolo luogo di culto.
Montevergine potrebbe rappresentare uno dei grandi poli della spiritualità mariana; Mugnano del Cardinale potrebbe essere collegato al Santuario di Santa Filomena; l’area dell’Alta Irpinia potrebbe valorizzare l’Abbazia del Goleto, la Valle d’Ansanto e Rocca San Felice; Caposele-Materdomini potrebbe rappresentare il punto di riferimento legato alla devozione a San Gerardo Maiella.
Ma intorno a questi luoghi esistono altri Comuni, altre chiese, cappelle, conventi, palazzi storici, musei, borghi e percorsi che possono diventare parte di una narrazione territoriale unica.
“Dobbiamo cominciare a pensare all’Irpinia – sottolinea Maimone – non come a una somma di luoghi separati, ma come a un’unica destinazione spirituale, culturale e paesaggistica composta da molti Comuni”. È una differenza sostanziale. Un Comune da solo può avere difficoltà a costruire una proposta turistica internazionale. Una rete di Comuni, invece, può creare itinerari più lunghi, aumentare la permanenza dei visitatori e distribuire la spesa turistica su più territori.
DAL PELLEGRINAGGIO ALLA FILIERA ECONOMICA
È questo il punto sul quale si concentra l’analisi economica di Maimone. Un pellegrinaggio di poche ore produce una ricaduta limitata.
Un itinerario di due o tre giorni, invece, può coinvolgere alberghi e B&B, ristoranti, bar, trasporti, guide, agenzie, produttori agroalimentari, artigiani, commercianti e servizi culturali.
“La differenza economica – osserva Maimone – è nella capacità di trasformare una visita in un’esperienza territoriale. Il pellegrino che visita soltanto un santuario rappresenta una presenza. Il pellegrino che viene accompagnato lungo un itinerario, soggiorna, mangia, conosce un borgo, visita una chiesa, acquista prodotti locali e partecipa a un’esperienza culturale diventa parte di una vera filiera economica”.
La Regione Campania, nel documento di programmazione turistica, individua proprio nei cammini religiosi, nel turismo culturale diffuso e nelle reti di Comuni segmenti capaci di generare valore economico e sociale nelle aree interne e nei piccoli borghi.
In tale prospettiva, la filiera del turismo religioso può assumere anche una funzione di creazione di occupazione, direttamente e indirettamente. Oltre alle attività tradizionalmente associate al turismo, possono svilupparsi nuove figure professionali legate alla progettazione e gestione degli itinerari, alla digitalizzazione del patrimonio, alla comunicazione multilingue, alla produzione di contenuti, all’accompagnamento dei visitatori, alla mobilità sostenibile e alla valorizzazione dei prodotti locali.
LA DESTAGIONALIZZAZIONE PUÒ ESSERE UN ALTRO VANTAGGIO
Un secondo elemento economico riguarda la distribuzione dei flussi nel corso dell’anno. Il turismo balneare è fortemente concentrato nei mesi estivi. Il turismo religioso, invece, può svilupparsi attraverso feste patronali, pellegrinaggi, ricorrenze liturgiche, cammini, eventi culturali, visite ai santuari e itinerari spirituali in diversi periodi dell’anno.
Montevergine rappresenta già un esempio della capacità di attrazione del patrimonio religioso irpino: la stampa locale ha documentato anche nel 2026 una forte presenza di pellegrini, con una significativa affluenza nel periodo di Ferragosto.
“La destagionalizzazione – dice Maimone – è fondamentale per le piccole imprese. Un albergo che lavora soltanto nei mesi estivi ha una capacità economica diversa da una struttura che riesce ad avere prenotazioni anche in primavera, autunno e inverno. Lo stesso vale per ristoranti, guide, trasportatori e attività commerciali”.
LA WORLD RELIGIOUS TOURISM NETWORK: UNA RETE IN 18 PAESI
In questa strategia si inserisce il ruolo della World Religious Tourism Network, che secondo quanto dichiarato dalla Rete è presente in 18 Paesi. La sua funzione, nella prospettiva di Maimone, non sarebbe quella di sostituire le istituzioni locali, ma di creare collegamenti internazionali tra territori, città, santuari, operatori dell’accoglienza e realtà impegnate nella valorizzazione del patrimonio religioso.
«Essere presenti in una rete internazionale – afferma Maimone – significa avere la possibilità di entrare in relazione con esperienze diverse, confrontare modelli, costruire collaborazioni e soprattutto rendere più riconoscibile il territorio».
Il passaggio decisivo, però, dovrebbe avvenire sul territorio.
Redazione

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