Dopo gli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran, con la morte Khamenei, i Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, la lingua di mare che entra in una delle zone del mondo piรน fornite di petrolio, tra Iran Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e Oman. Da lรฌ passa un quinto del petrolio mondiale, diretto verso l’Asia, l’Europa, l’America. Con una media di 20 milioni di barili al giorno.
Non solo: da lรฌ transita un quinto del gas, principalmente esportato dal Qatar.
Risorse energetiche che servono alla Cina, all’India, all’Europa, ma anche agli Stati Uniti. Ma il blocco delle esportazioni di petrolio si rivelerebbe mortale anche per il regime iraniano, dando idea di come questa sia una mossa della disperazione. Segno che a Teheran, al momento, sono intenzionati a portare lo scontro siano alle estreme conseguenze. Anche a rischio di vedere mobilitati i Paesi arabi al fianco di Stati Uniti e Israele.
Le destabilizzazioni dell’area del Golfo Persico – giร iniziate con i lanzi di razzi da parte dei ribelli Huthi nello Yemen, hanno portato Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti a cercare vie alternative dove far transitare il loro petrolio da esportare. Secondo l’Eia, perรฒ, queste “strade” alternative consentono un transito limitato, di circa 2,6 milioni di barili al giorno, circa un decimo del traffico assicurato dallo Stretto di Hormuz.
Prima degli attacchi allรฌ’Iran gli analisti, nello scenario peggiore – quello appunto di un blocco prolungato delle Stretto di Hormuz – prevedevano un possibile rialzo del prezzo del petrolio tra il 5% e il 15%, con tensioni sui mercati finanziari anche per dollaroe yen giapponese, con la fuga verso l’oro, il tradizionale bene rifugio.
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