Fine della corsa all’oro

La corsa all’oro non è più tale. Il metallo prezioso non è più un bene rifugio, da settimane continua a perdere inesorabilmente quota. Siamo ai minimi dal 2010 (1.064,95 dollari l’oncia). Ma l’oro è in buona compagnia: perdono colpi pure il platino, l’argento e gli altri metalli preziosi.

‘Bloomberg’ parla di una situazione che non si verificava addirittura dal 1950. Il motivo di questi ribassi è la Federal Reserve, che a dicembre dovrebbe tornare a rialzare i tassi di interessi per la prima volta dal 2006. Il contrario della politica monetaria della Bce, che insiste sui ribassi. Il superdollaro, però, rischia di far esplodere la mina del debito dei Paesi emergenti, deprimendo ulteriormente la domanda, e rinviando i tagli della produzione di materi prime.

Intendiamoci: da inizio ottobre, l’oro si è svalutato ‘solo’ del 4 per cento, ma il declino è di vecchia data, essendo iniziato prima di quello del petrolio e del rame. Ed è legato a doppia mandata alle politiche monetarie della Banca nazionale americana. Qualcuno dice che è fin troppo dipendente da questa. Da sei trimestri – vale a dire 18 mesi – il metallo prezioso è in ribasso, una serie negativa che non si ripeteva dal 1984. Se andiamo indietro nel tempo, al 2011, scopriamo che la svalutazione è stata dal 40 per cento.

Se proprio nel 2011 c’era stato il boom, causato in particolare dai piccoli risparmiatori, adesso la potenza di fuoco al ribasso è ben superiore, essendo legata agli investitori istituzionali che vendono sui mercati finanziari. Solo questo mese, secondo Bloomberg, negli Stati Uniti ci sono stati riscatti di Etf per oltre un miliardo di dollari.

Infine, buon ultima la produzione mineraria che in Sudafrica sta correndo. Mentre la domanda degli investitori crolla. Per il facile teorema della domanda e dell’offerta, questo provoca un surplus di metallo prezioso che resta invenduto. E lo stesso si può dire per l’argento. Il bene rifugio non abita più qui.

Alessandro Pignatelli

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