Guido Lucchini: «Quella del medico è una professione intellettuale non solo scientifica»

Come è cambiato il ruolo e qual è il compito dell’Ordine dei medici Chirurghi e odontoiatri nel nuovo modello di assistenza sanitaria: il caso Pordenone raccontato dal presidente dell’Ordine Dott. Guido Lucchini.


Qualche numero

La fotografia attuale dellOrdine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Pordenone e dellArea Vasta pordenonese:



  • sono 1900 i medici e odontoiatri iscritti all’Ordine nel Friuli Occidentale

  • l’Ordine è composto da diverse anime: i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta, gli odontoiatri, gli specialisti ospedalieri, gli specialisti ambulatoriali, le donne medico, i medici pensionati, i liberi professionisti, i giovani medici, così come i medici della continuità assistenziale

  • Sono 600 i medici di libera professione dell’Area Vasta Pordenonese

  • Se 30 anni fa i posti letto negli ospedali del Friuli Occidentale erano 3550, oggi sono 930

  • il Reparto Territorio conta 1650 ammalati assistiti a domicilio da medici di continuità, medici di famiglia, assistenti sociali, fisioterapisti, operatori sanitari, infermieri

  • il Reparto Territorio si avvale anche delle strutture sanitarie intermedie: 5 Residenze sanitarie assistenziali e 17 case di riposo dove sono accolti 1850 pazienti

  • i pazienti con acuzie ricoverati nei presidi ospedalieri del Friuli Occidentale sono 630


 

«Non più solo un ente corporativo, bensì un interlocutore capace di rapportarsi sia con le Istituzioni, come il Comune, la Prefettura, le strutture intermedie nel territorio, sia con i singoli cittadini». Questo il principio operativo di Guido Lucchini, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Pordenone, che settimanalmente nella sede di viale Grigoletti 14 riceve spesso i cittadini, per ascoltarne le richieste e studiare le soluzioni più adatte per migliorare i servizi offerti.

 

In un sistema sanitario in profonda trasformazione, qual è il ruolo dei medici?

«Informare ed educare il cittadino instaurando un rapporto bilaterale tra medico e paziente. Prima ancora di questo, credo ci sia un passaggio fondamentale per noi medici: dovremmo riscoprire l’orgoglio e l’entusiasmo  di esercitare questa professione che è anzitutto intellettuale e non solo scientifica».

 

E qual è, a questo proposito, il ruolo dellOrdine da lei presieduto?

«Fondamentale direi. Il sistema sanitario nazionale e regionale è in profonda evoluzione; in questo contesto è necessario che i singoli medici così come l’Ordine assumano una funzione organizzativa».

 

In che modo?
«Faccio un esempio riferendomi alla figura del medico di medicina generale: il medico di famiglia diventa il gestore della salute, facilitando il percorso assistenziale, diagnostico, terapeutico del cittadino/paziente. A questo scopo, a Pordenone, abbiamo attivato una serie di tavoli di concertazione tra medici delle cure primarie (quelle che vengono attuate al di fuori dell’ospedale, per capirci) e i medici specialistici ospedalieri, per condividere dei percorsi di appropriatezza e di priorità nel percorso terapeutico».

 

Cosa cambia per il cittadino?
«Questa maggiore efficienza è importante, ma altrettanto lo è che venga percepita. I medici dovrebbero superare la ritrosia verso la comunicazione, perché può diventare un ostacolo. Questo sforzo organizzativo va trasmesso, i traguardi importanti che stiamo raggiungendo vanno comunicati, così come le specialità mediche che esistono sul territorio. Sono esperienze che vanno raccontate, perché è essenziale che ci sia un sistema partecipato e condiviso con i cittadini che sono gli utenti finali. Il cittadino va informato ed educato».

 

Si diceva che lOrdine professionale non deve essere più unentità corporativa ma deve assumere un ruolo organizzativo. Ci fa un esempio di questa trasformazione?
«L’Ordine ha un ruolo centrale nel coordinarsi con le altre figure professionali che lavorano in ambito socio-sanitario. L’obiettivo è sempre il medesimo, costruire un percorso assistenziale di co-gestione del paziente condiviso tra medici, ma anche con gli psicologi, con gli operatori sanitari, con gli infermieri…».

 

Cosa intende per co-gestione?

«Le faccio un esempio. Poniamo il caso di un percorso di assistenza domiciliare: la co-gestione tra medici e ad esempio infermiere del territorio significa avere come unico obiettivo il mantenimento del paziente a casa, tra i propri cari, ma sempre garantendo elevati standard e salvaguardando l’efficacia della cura. Ciò significa garantire una buona qualità della vita. Lo stesso avviene nel rapporto tra medici specialisti dell’ospedale e medici del territorio, in occasione dei tavoli settimanali che organizziamo per agevolare i percorsi assistenziali».

 

C’è un modello virtuoso a cui fare riferimento?
«In realtà no, è un lavoro tutto da costruire. Il sistema sanitario italiano è molto buono, non abbiamo nulla da invidiare ad altri Paesi. Solo che purtroppo si divulgano solo le criticità non le eccellenze. La comunicazione è un punto dolente. Negli ultimi trent’anni nell’Area Vasta pordenonese si sono fatte cose inimmaginabili di cui però le persone non sanno nulla. Quando si dice che sul territorio non si è fatto nulla, si fa disinformazione. Il territorio è diventato un vero e proprio reparto ospedaliero che c’è ma non si vede. Uso sempre una metafora: è come se noi stessimo in cima a una montagna da cui vediamo una pianura oscura con alcune luci accese. Ecco quello è il reparto territorio, invisibile, ma ciascuna luce è un paziente preso in carico a casa propria».

 

Cambia il modello di sanità..

«Questa trasformazione è iniziata 25 anni fa, io ho visto evolvere il modello sanitario del Reparto territorio che negli anni e attraverso le amministrazioni che si sono succedute (di qualsiasi colore politico fossero) è costantemente migliorato. Certo va potenziato, c’è ancora molto da fare, alla luce soprattutto del cambiamento demografico in atto».

 

Da cosa iniziare dunque?
«Dal metterci la faccia per garantire trasparenza. Quando mi sono proposto per la presidenza dell’Ordine di Pordenone, ho sostenuto che i medici dovessero svolgere la funzione sociale di interlocutori dei cittadini. Ecco perché settimanalmente ricevo persone che vengono nella sede dell’Ordine a esporre le loro istanze. È stato un punto centrale nella mia candidatura a presidente dell’Ordine che ha trovato supporto da tutte le categorie che vi afferiscono».

 

In qualità di interlocutore, come può il medico rapportarsi al cittadino su temi etici o scientifici, si pensi ad esempio allannoso tema dei vaccini?

«È sempre questione di informazione ed educazione; perciò sostengo che il nostro è un mestiere intellettuale. Quanto ai vaccini, senza entrare nel dibattito, mi limito a dire che sono i farmaci più studiati al mondo. Credo abbiano funzionato talmente bene da essersi ‘suicidati’ poiché, avendo debellato del tutto alcune malattie, oggi sembrano essere diventati superflui. Ma questa è stata una conquista: occorrerebbe ricordare che ai tempi in cui io ero sui banchi delle elementari, non c’era una classe che non avesse tra gli allievi un bimbo con difficoltà motorie per effetto della poliomelite o con difficoltà cognitive a causa del morbillo. Impensabile oggi, eppure ce se ne dimentica troppo facilmente».

 

Il sistema sanitario pordenonese sta attraversando una fase importante anche in vista della costruzione del nuovo ospedale

«Certo l’Area Vasta pordenonese ne aveva bisogno. Al di là della discussione sul dove sarà realizzato, la cosa importante è che la nuova struttura venga realizzata rispettando i criteri architettonici ma anche gli standard di vivibilità del paziente. Una fase delicata non solo sotto il profilo edilizio ma anche per il significativo turn over di primari: il cambio alla direzione di una Struttura complessa è sempre un momento delicato che tuttavia, quando le scelte sono oculate, diventa molto positivo perché si introducono nuove visioni. La sanità nel Friuli Occidentale ha tre grandi protagonisti: l’Azienda per l’Assistenza Sanitaria 5 e con il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano (Cro) un istituto scientifico di eccellenza per le patologie oncologiche riconosciuto a livello internazionale; inoltre la Casa di Cura San Giorgio, una struttura privata che negli anni ha costruito una professionalità sempre più adeguata alle esigenze dei cittadini, accreditata dopo aver superato gli indicatori di performance ottenuti secondo una procedura ben standardizzata».

 

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Redazione

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