Coldiretti Umbria: trattato Ceta porta rischi di salute, d’ambiente e di lavoro

Mobilitazione a Roma degli agricoltori: "Parlamento italiano non tradisca il Made in Italy"

Coldiretti Umbria interviene su un trattato dell’Unione Europea che, per la prima volta nella storia, accorda a livello internazionale il via libera alle imitazioni dei prodotti italiani tipici, spalancando così le porte all’invasione di grano duro e a ingenti quantitativi di carne a dazio zero.

Coldiretti Umbria ha lanciato il messaggio in occasione della mobilitazione #stopCETA da parte di migliaia di agricoltori, anche umbri, che hanno lasciato le campagne in direzione Roma, piazza Montecitorio, proprio davanti al Parlamento dove si sta svolgendo la discussione per la ratifica del Trattato di libero scambio con il Canada.

Albano Agabiti, presidente di Coldiretti Umbria, dice: “Il settore agroalimentare diventa ancora una volta merce di scambio nelle trattative internazionali, senza alcuna considerazione del pesante impatto che ciò comporta sul piano economico, occupazione e ambientale e della sicurezza”. Il numero uno della Coldiretti regionale avverte: “E’ necessaria una valutazione ponderata e approfondita dell’argomento, soprattutto in considerazione della mancanza di reciprocità tra modelli produttivi diversi che grava sul trattato”.

La mobilitazione #stopCETA è stata condivisa con altre organizzazioni: Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch. Tutti chiedono di fermare un trattato sbagliato e pericoloso per l’Italia. Ancora Coldiretti: “Nel Ceta manca il riferimento alla portata vincolante del principio di precauzione che, in Europa, impone una condotta cautelativa nelle decisioni che riguardano questioni scientificamente controverse circa i possibili impatti sulla salute o sull’ambiente. L’accordo prevede, al contrario, l’applicazione del principio di equivalenza delle misure sanitarie e fitosanitarie tra le parti, consentendo di ottenere il mutuo riconoscimento di un prodotto (e, quindi, di evitare nuovi controlli nel Paese in cui verrà venduto), dimostrandone l’equivalenza con quelli commercializzati dalla controparte”.

Il problema è che in Canada viene utilizzato un numero consistente di sostanze attive vietate in Ue: gran parte sono molecole risalenti agli anni ’70, vietate nell’Unione da circa 20 anni. “Analogamente, nel Paese nordamericano, vi è un diffuso impiego di Ogm nei campi e di ormoni negli allevamenti, anch’essi vietati in Italia, al pari degli antibiotici in agricoltura. Nei trattati va riservata all’agroalimentare una specificità che tuteli la distintività della produzione, fermando un’escalation che mette a rischio la tutela della salute, la protezione dell’ambiente e la libertà di scelta dei consumatori”.

Alessandro Pignatelli

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