Matilde Poggi (presidente Fivi): “Difendiamo gli artigiani del vino”

"Torniamo a lavorare i vigneti come una volta, anche per combattere i cambiamenti climatici in corso"

Nel 2008, in Italia, nasce la Fivi, la Federazione italiana vignaioli indipendenti. “Per riempire un vuoto. Non c’era nessuno che difendesse le aziende che avevano l’intero ciclo in mano, dalla produzione al commercio”. Dal 2013 presidente è Matilde Poggi, produttrice veneta di Bardolino. Spiega: “La Fivi è nata su sollecitazione francese, che volevano che anche l’Italia entrasse a far parte della Confederazione dei vignaioli indipendenti, che accoglie 10 Paesi europei”.

Oggi la Fivi, dopo dieci anni, è strutturata così: c’è un presidente che dura in carica tre anni (Matilde Poggi è stata eletta una prima volta nel 2013, una seconda nel 2016) e un Consiglio composto da 15 vignaioli più un collaboratore. Ci sono poi i delegati territoriali. Una volta al mese si tiene un’assemblea, ospitata a Colorno. I delegati territoriali, a loro volta, hanno periodicamente scambi di opinioni con le aziende della propria zona. “Sono invitati a tutte le riunioni del Consiglio nazionale e, in ogni caso, inviamo sempre a tutti il resoconto completo degli incontri mensili che facciamo”.

“Non sono stati dieci anni facili perché noi siamo vignaioli, non burocrati. Tutti abbiamo da gestire l’azienda e abbiamo dovuto sottrarre tempo per andare a Roma al ministero per gli incontri istituzionali. Abbiamo dovuto capire i meccanismi. Oggi, però, siamo contenti perché ci hanno riconosciuto credibilità e autorevolezza. Le battaglia che abbiamo combattuto hanno avuto successo. Siamo stati ben accetti anche dalle altre associazioni già esistenti”.

L’obiettivo della Fivi è dunque “difendere le piccole e le piccolissime aziende. Prima della Federazione, erano sole contro autentici colossi, che contavano tantissimo. Quelle piccole e quelle familiari hanno necessità ed esigenze completamente diverse. Noi partiamo dal vigneto, il nostro vino è molto legato al territorio. Siamo radicati. La nostra vigna ci dà il vino, non acquistiamo e commercializziamo quello di altri”. Matilde Poggi aggiunge orgogliosamente che “il 51% delle aziende associate produce biologico e biodinamico. Non è obbligatorio per entrare a far parte della Fivi, ma è chiaro che noi siamo i primi a voler difendere il territorio in cui viviamo”.

È finito da poco un evento importantissimo organizzato dalla Fivi, il Mercato dei Vini di Piacenza. In due giorni, i visitatori sono stati 18.500. provenienti anche dall’estero. “Si svolge annualmente, in questo 2018 hanno esposto i propri vini 600 delle 1.200 aziende socie. Questo mercato era nato per incontrare i consumatori finali, ma è diventato un evento unico di visibilità per i vini artigianali. È sempre cresciuto il numero di operatori e professionisti provenienti dall’estero. Abbiamo avuto pure ospiti dagli Stati Uniti nell’edizione appena terminata”. Ricorda Poggi: “Il vino italiano all’estero crea molto interesse. Ci sono operatori che lavorano con aziende della Fivi esclusivamente per l’export”.

La numero uno della Fivi racconta quali sono le battaglia che la Federazione sta combattendo: “Da sempre ci battiamo per cambiare la governance dei Consorzi di tutela dei vini doc, dove conta chi produce tanto. Noi vogliamo cambiare i criteri di rappresentatività. Siamo fiduciosi che questo Parlamento possa farcela perché sembra che pensi anche ai piccoli. I Consorzi sono importantissimi, ma devono rappresentare tutti i produttori e tutti i territori allo stesso modo”.

Matilde Poggi ha però una considerazione da fare sul consumo di vino in Italia: “E’ in continuo calo. I motivi sono tanti: i maggiori controlli quando si guida, il cambiamento delle abitudini; una volta si facevano due pasti principali al giorno, oggi uno soltanto. Si fa maggiore attenzione alla diete, il clima non è più quello di una volta. Non è dimostrato, però, che chi ha smesso di bere vino ora beve birra o qualcos’altro. Certo, non è concepibile che il consumo pro-capite, in una nazione come l’Italia dove c’è una tradizione millenaria, sia pari a quello svedese”. Sul clima ci soffermiamo: “Ci sono periodi piovosi, autunni secchi, estati molto calde ed eventi eccezionali come le bombe d’acqua. Dobbiamo iniziare a lavorare in maniera diversa in vigna. Oggi a settembre si fa la vendemmia che una volta si faceva a ottobre, ma in alcuni posti si fa addirittura ad agosto. L’uva, per maturare, ha bisogno di un graduale cambiamento termico, invece oggi si è costretti a raccoglierla in periodi in cui tra giorno e notte c’è poca differenza di gradi”.

Cambiare metodo di lavoro, dunque: “Sì, mentre la risposta non mi pare quella di spostare i vigneti più a nord. La vite deve essere inserita in ambiente dove c’è diversità, non può diventare monocoltura. Bisogna tornare alle pratiche di una volta. Per esempio, qui in Veneto, hanno abbandonato la pergola che invece difende il grappolo dal sole. Bisogna tornare a lavorare i vigneti e pensare a diversificarli i vitigni all’interno di questi”.

Alessandro Pignatelli

Giornalista professionista e scrittore, amante della carta stampata come del mondo digitale. Ho lavorato per agenzie stampa e siti internet, imparando nel mio percorso professionale a essere tempestivo, preciso, ma anche ad approfondire con vere e proprie inchieste. Con i new media e i social, ho inserito nel mio curriculum anche concetti come SEO, keyword, motori di ricerca, posizionamento.