Il tartufo in Umbria: un terzo della produzione italiana

Marino Capoccia (Utu): "Nel 2018 paghiamo però il clima secco del 2017 e dunque la produzione non pare abbondante"

Da queste parti lo chiamano ‘l’oro nero’. E no, non parliamo di petrolio, ma di tartufo. Pregiatissimo, autentica eccellenza dell’Umbria. I numeri sono più significativi che mai, in questo caso: nel settore, infatti, la regione produce poco meno di un terzo del totale nazionale. In particolare nella zona di Città di Castello, seconda a livello nazionale, c’è una concentrazione di persone abilitate alla libera ricerca.

La Regione Umbria ha introdotto norme particolari per la tartuficoltura: “Obbligo di certificazione delle piante tartufigene prodotte e commercializzate in Umbria, realizzazione della carta delle zone vocate alla tartuficoltura”. Sono 7 mila i cercatori umbri su un totale di 70 mila in tutta Italia. Parliamo di coloro che sono provvisti di tesserino e in regola con il pagamento della tassa regionale (pari a 111,55 euro). L’Umbria è seconda dietro all’Emilia Romagna (15 mila tesserini circa). Città di Castello è seconda a Forlì per incidenza dei tartufai sulla popolazione, Perugia è terza.

Marino Capoccia, presidente dell’Unione Tartufai Umbri (che riunisce le diverse associazioni territoriali), spiega la situazione a oggi: “Il 2017 è stata un’annata scarsa a causa del clima secco, nel 2018 stiamo ancora pagando quella situazione, altrimenti starebbe andando discretamente la raccolta”. Il tartufo nero è stato già raccolto, dunque si possono fare considerazioni più veritiere rispetto al bianco, ancora parzialmente da raccogliere: “Pare che purtroppo che la terra sia stata scarsamente produttiva. In Valnerina, dove c’è il nero pregiato, i prezzi sono stati tenuti alti, il che significa che anche in quella zona il prodotto è poco”.

Si attende la riforma del settore, in particolare che diventi leggi la tracciabilità del prodotto: “Quello che arriva dall’estero non è certificato. Noi ci teniamo, in particolare per il bianco di pregio, perché l’Umbria è una delle zone meglio vocate d’Italia”. Capoccia aggiunge: “Sentiamo l’esigenza di maggiore attenzione nel taglio dei boschi perché si distrugge l’habitat naturale del tartufo. Il Piano di filiera nazionale ci ha messo una pezza, ma serve anche una normativa nazionale”.

Proseguendo con i dati, dal 2007 al 2016 il numero minimo di tesserini si è registrato nel 2008 con 5.265, il massimo nel 2016 con 6.932. Dal 2012 al 2016 c’è stata una crescita media del 9,8%, con differenze da zona a zona. Se in Alta Umbria, infatti, nel decennio preso in esame c’è stato un decremento (i tesserini oscillano tra 19.60 e 2.287), in Valnerina c’è stabilità (150 tesserini più 600 persone che esercitano il diritto di raccolta senza tessera nei boschi appartenenti a entri di uso civico). I valori sono quasi raddoppiati nelle altre aree (da 2.351 a 3.942).

Nel 2010, 684 tartufaie erano controllate e riconosciute (441 in Valnerina) per 2.500 ettari di superficie. Nel 2016 sono 286 per 500 ettari stimati, fatta eccezione per la Valnerina. Nell’Alta Umbria siamo passati da 52 del 2013 (per 147 ettari) a 45 nel 2016 (107 ettari), con un calo del 27% della superficie complessiva. Nell’Orvietano – Narnese – Tuderte si è registrato un aumento: da 71 tartufaie nel 2013, per 243 ettari, a 96 nel 2016, per 298 ettari (+22,6%). Nel 2010, le tartufaie coltivate erano 153, per 160 ettari, più 53 impianti per 113 ettari realizzati con il Piano tartuficolo regionale. Con il Programma di sviluppo rurale 2007 – 2013, infatti, sono stati finanziati 62 impianti per un totale di 104 ettari. Per il Piano 2014 – 2020, dodici mesi fa erano state presentate già 262 domande per realizzare impianti con specie micorizzate.

Alessandro Pignatelli

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